Coach to Coach – Mappe del Coaching: Intervista a Roberto Demo

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LA VOCE DEL COACHING: IMPROVVISAZIONE, ASCOLTO E PRESENZA

Dialogo tra Emilia e Roberto – il coaching come improvvisazione consapevole: dalla voce all’ascolto, dal palco alla vita, un percorso di trasformazione autentica nella rubrica Coach to Coach – Mappe del Coaching
Jazz, improvvisazione vocale, mindfulness e coaching: mondi che a prima vista sembrano lontani, ma che per Roberto Demo si incontrano in un terreno comune, il “qui e ora”.

Artista e formatore di grande esperienza, riconosciuto tra le voci più autorevoli del jazz italiano e pioniere dell’improvvisazione vocale, Roberto ha intrecciato il linguaggio della musica con quello del coaching, creando percorsi che uniscono tecnica, consapevolezza e trasformazione.

La sua ricerca mette al centro la voce come strumento di identità e relazione, capace di liberare risorse e generare cambiamento. In questa intervista ci accompagna a scoprire come l’improvvisazione diventi una metafora viva del coaching: struttura e libertà, ascolto e presenza, fiducia e scoperta.

Oggi, per la rubrica Coach to Coach – Mappe del Coaching, lo incontriamo.
Roberto, il tuo percorso è un intreccio affascinante tra jazz, improvvisazione vocale, mindfulness e coaching. Cosa ti ha portato a unire questi mondi?

La consapevolezza che hanno tutti una base comune: il qui e ora.

L’improvvisazione jazz è una metafora straordinaria per il coaching: c’è struttura, ma anche libertà, ascolto, presenza. Come la tua esperienza di improvvisatore influenza il tuo modo di fare coaching?

Dopo un primo approccio un po’ problematico con il coaching a causa della mia incapacità di lasciare andare il mio bisogno performativo, ho capito che un approccio più aperto e libero, basato prima di tutto su una buona connessione con il Coachee, mi avrebbe permesso di essere un Coach migliore. E mi sono accorto che è esattamente lo stesso approccio che ho quando improvviso nei miei gruppi o con i miei allievi. Essere pronti a ciò che arriva, senza preparare nulla, fiduciosi di potersi ritrovare nel processo e di arrivare ad una meta tanto sconosciuta, quanto significativa.
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Recentemente hai introdotto il coaching nei tuoi concerti di improvvisazione corale. Come funziona questa integrazione? Cosa cambia per chi canta e per chi ascolta?

Si basa tutto su un maggiore coinvolgimento dei partecipanti, sia in platea che sul palco. Prendo spunto da ciò che accade o che viene detto nell’immediato (magari nella presentazione del concerto stesso da parte del presentatore, organizzatore o chi per lui.) Chiedo al pubblico di partecipare cantando con noi, perché tutti siamo artisti ed abbiamo il bisogno di esprimere chi siamo. Invito chi non si ritrovasse in questa mia affermazione a fare qualche domanda chiarificatrice, alla quale rispondo creando un breve momento di Coaching pubblico. Quindi si inizia a cantare, partendo dal silenzio… note lunghe e libere, oppure magari improvvisando con un pattern melodico ritmico inventato sul momento, oppure ancora facendosi ispirare da quanto è stato appena detto, per proporre un brano del nostro repertorio. Il risultato è un maggiore coinvolgimento di tutti i partecipati (in platea e sul palco).

Nella tua esperienza, quali resistenze trovi più spesso nelle persone quando si avvicinano al coaching? E come le aiuti a superarle?

Le persone generalmente non sanno cosa davvero significhi fare un percorso di Coaching. Molti pensano che sia legato allo sport o ad alcune professioni molto particolari. È sempre necessario spiegare bene in cosa consiste e magari fare una sessione di prova. Ma poi è abbastanza frequente notare alla fine di questa sessione, un certo stupore negli occhi del Coachee, come se avesse fatto esperienza di qualcosa di inaspettato. Generalmente la sorpresa consiste nella maggiore consapevolezza di poter raggiungere l’obiettivo desiderato.

La voce è un potente strumento di espressione e identità. Nel tuo lavoro di vocal coach e di coach, in che modo aiuti le persone a trovare e liberare la propria voce, in senso letterale e metaforico?

Si può lavorare su due piani distinti, ma che in realtà si influenzano molto reciprocamente. Un conto è il lavoro prettamente tecnico vocale e l’altro è cosa sento di essere in grado di fare, chi sono io per farlo. Da un lato si tratta di prendere coscienza dello strumento vocale nei suoi aspetti anatomici e fisiologici e cercare di controllarne il funzionamento. Questa è sostanzialmente propriocezione e “ginnastica” per ottenere una tecnica che preservi prima di tutto il buon funzionamento delle corde vocali, garantendone una maggiore longevità. Dall’altro lato c’è invece tutto l’aspetto legato all’auto giudizio ed al giudizio esterno che può limitare fortemente le mie possibilità. Queste sono le praterie in cui far intervenire il Coaching, per aumentare l’autoconsapevolezza ed aumentare l’impegno e la motivazione del Coachee nel raggiungere il proprio obiettivo. Riconoscere le proprie errate credenze e quindi credere nelle proprie possibilità.

L’ascolto è un elemento chiave nella musica, nell’improvvisazione e nel coaching. Come alleni il tuo ascolto e come lo aiuti a sviluppare nei tuoi coachee o nei musicisti con cui lavori?

L’ascolto molto spesso viene allenato nel silenzio. Ma il silenzio non è necessariamente assenza di suono o rumore. Silenzio è il presupposto per un tentativo di connessione con qualcosa di più profondo e vero, dal quale far iniziare un nuovo dialogo o una collaborazione. L’ascolto attivo che ne deriva, ci invita ad una presenza continua che nel Coaching porta ad una maggiore empatia, mentre con i musicisti porta a quello che si definisce un maggiore “interplay”.

C’è differenza tra l’ascolto musicale e l’ascolto nel coaching? Oppure possiamo dire che entrambi richiedono la stessa qualità di presenza e apertura?

Sì, direi che entrambi richiedono la stessa qualità di presenza e apertura, anche se nella musica ciò che si ascolta (ritmo, melodia, armonia, testi) è decisamente diverso dall’ascolto empatico, basato sulla comprensione del significato delle parole, il loro tono e sull’osservazione fisica del Coachee.

Durante un’improvvisazione corale, ogni voce trova il suo spazio in relazione alle altre. È lo stesso principio dell’ascolto attivo nel coaching?

Nell’improvvisazione vocale collaborativa tutti sono co-leader del processo creativo. L’ascolto è il primo elemento a cui potersi riferire, la bussola di orientamento. Dall’ascolto reciproco nascono le idee, le proposte melodico-ritmiche che, inventate sul momento, contribuiscono a creare la band vocale in cui ciascuno trova il proprio spazio, dando vita ad una composizione tanto inattesa quanto stupefacente ed emozionante. È come partire per un viaggio in barca vela, affidandosi unicamente al vento, ma governando la barca seguendo specifiche tecniche pratiche, che permettono poi di tornare in porto. Nella relazione di Coaching analogamente il Coach viene guidato dal racconto del Coachee in una direzione a lui sconosciuta, ma improvvisando e seguendo i meccanismi del processo di Coaching, si naviga tra i limiti e le risorse del Coachee per arrivare al porto della consapevolezza e motivazione.

Come possiamo portare più consapevolezza nell’ascolto quotidiano, anche fuori dalla musica e dal coaching?

Il Silenzio è a mio avviso lo strumento più potente. Tanto prezioso quanto difficile da trovare o generare. Quel silenzio che non è solo (o necessariamente) assenza di suono, ma uno spazio interiore di presenza in cui mi posso cercare e (possibilmente) trovare.

C’è un momento particolare, magari durante una sessione o un concerto, in cui hai visto accadere una trasformazione profonda grazie al coaching? Ci racconti questa esperienza? .

La trasformazione accade quando ci si rende conto che qualcosa di vero ed inaspettato sta accadendo proprio adesso, in questo momento. Lo vedo e ne sono consapevole. E gli occhi brillano… sia che si stia parlando o che si stia cantando. Non succede sempre, ma quando succede, è evidente… non si può non vedere: è gioia pura.

Mindfulness e coaching hanno un punto in comune fortissimo: il "qui e ora". Quanto conta la consapevolezza nel coaching e come la coltivi con chi lavori?

I piloti automatici con cui prendiamo quotidianamente decisioni non possono fare altro che portarci a reiterare sempre le stesse cose e a farlo senza mai aprire ad una possibilità diversa, un nuovo punto di vista. Invitare le persone a osservare i propri blindspot e credenze è un lavoro necessario per arricchire la propria consapevolezza e quindi provare ad andare oltre.

Se dovessi spiegare a un non addetto ai lavori perché il coaching può essere rivoluzionario nella vita e nel business, cosa diresti?

Gli direi che abbiamo molte più risorse di quanto crediamo, ma che spesso non riusciamo a vederle o a sbloccarle, perché abbiamo credenze limitanti molto potenti, che ci impediscono di esprimere ciò che davvero sentiamo nel nostro cuore e nella nostra anima.

Come vedi il futuro del coaching? C’è qualcosa che vorresti innovare o esplorare di più nei prossimi anni?

Una delle sorprese che ho ricevuto nel mio percorso di formazione di Coaching è stata la praticità del processo e la possibile immediata attuazione dei propositi che emergono in una sessione pratica. In un mondo così frenetico, in cui le relazioni sono sempre complicate ed il tempo che riteniamo di avere a disposizione è sempre troppo poco, la figura del Coach può diventare di grande supporto per chiunque abbia necessità di prendere una decisione importante, cambiare qualcosa nella propria vita o semplicemente continuare a cercare di evolvere in modo positivo e costruttivo. Per quanto riguarda le mie competenze musicali e di improvvisatore vocale, sto già contaminando tutti i miei corsi con i principi del Coaching e viceversa sto riflettendo su come ibridare un percorso di Coaching con queste mie competenze, partendo dal presupposto che il bisogno creativo e quindi di espressione di sé, è presente in ogni essere umano.

Infine, se avessi davanti qualcuno che non ha mai fatto coaching e sta leggendo questa intervista, cosa gli diresti per incuriosirlo e invitarlo a provare?

Gli direi che non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare.

CHI È ROBERTO DEMO: MAPPA DEL COACH

Roberto Demo
(nella foto a destra)

Life e Vocal Coach | Jazz singer | Mindfulness Trainer

Ingegnere pentito, chitarrista per errore, cantante per scelta ed esperto in tecniche di improvvisazione vocale, ma soprattutto improvvisatore per necessità.

Sono nato e cresciuto a Torino. Sono stato definito una delle migliori 10 voci maschili italiane dal Jazzit Award 2010. Estill Master Teacher (metodo EVT), dal 1992 svolgo la mia attività didattica, in studio e live, collaborando con vari artisti a livello internazionale. Allievo di Rhiannon, storica collaboratrice di Bobby McFerrin, ho sviluppato negli ultimi 20 anni specifiche competenze sull’improvvisazione corale a cappella. Ho al mio attivo diversi lavori discografici, tutti fortemente caratterizzati dall’improvvisazione vocale. Improvvisazione corale a cappella non solo come puro processo creativo e di espressione di sé, ma anche come strumento di crescita personale: per migliorare consapevolezza, capacità di ascolto, accoglienza, fiducia ed autostima. Per superare la paura dell’errore, del vuoto e andare oltre la zona di comfort. Per far fronte all’inatteso, dire sì, non preoccupandosi del giudizio altrui. Per riuscire ad essere se stessi, lasciando scorrere le proprie emozioni e accogliendo quelle altrui. Per stare nel flow. Accompagno le persone a riconnettersi con la propria voce autentica e con la presenza nel "qui e ora". Lavoro sull’espressività vocale come via di consapevolezza, creatività e libertà interiore, integrando voce, corpo, respiro ed emozioni. Con una lunga esperienza artistica e formativa, conduco laboratori in cui improvvisazione vocale e Mindfulness si fondono per stimolare processi trasformativi, sia individuali che di gruppo.

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