Coach to Coach – Mappe del Coaching: Intervista a Francesca Traversa

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IL CORPO DEL CAMBIAMENTO: COACHING, MOVIMENTO E IDENTITÀ

Dialogo tra Emilia e Francesca – dal dolore alla trasformazione, tra danza, presenza e ascolto profondo: una conversazione sul coaching come spazio di riscrittura personale nella rubrica Coach to Coach – Mappe del Coaching
Empatia, determinazione e trasformazione: queste sono le basi su cui ha costruito la sua visione del coaching e della vita.

Ex danzatrice professionista, Francesca Traversa, conosce il linguaggio del corpo e della performance dall’interno: fatica, disciplina, cadute, ma anche bellezza, precisione e verità.

Un infortunio le ha cambiato la traiettoria, ma non ha fermato il suo movimento: lo ha trasformato. Dal palco al coaching, il passaggio è stato naturale, guidato dal desiderio di accompagnare giovani, sportivi e artisti a superare i propri limiti e abitare il cambiamento con consapevolezza.

Oggi aiuta le persone a riscoprire il proprio valore oltre la performance, ritrovare centratura, canalizzare le energie e dare voce alla propria unicità.

La sua empatia è il punto di partenza di ogni percorso: non cerca perfezione, ma autenticità.

In questo nuovo incontro della rubrica Coach to Coach – Mappe del Coaching, ci lasciamo guidare dalla sua storia, tra passaggi interiori e nuove possibilità.
Hai vissuto un momento di svolta personale. Cosa ti ha spinto a diventare coach dopo aver vissuto questo cambiamento?

In realtà, il mio momento di svolta personale è arrivato prima di incontrare il coaching. È cominciato tutto con una perdita profonda: la morte di mio padre. È stato un dolore che ha segnato un prima e un dopo nella mia vita. In quel vuoto, ho cominciato un viaggio di crescita interiore, spinta dalla necessità di ritrovare un senso, di rimettere insieme i pezzi. Crescendo in quel percorso, mi sono accorta che qualcosa in me stava cambiando, e che questo cambiamento irradiava anche chi mi stava accanto. Era come se, nel mio evolvermi, le persone intorno a me iniziassero a vedersi e a vedermi in una luce nuova. Senza volerlo, già allora stavo accompagnando chi mi era vicino a vivere con più consapevolezza. Poi è arrivato un altro momento cruciale: un grave infortunio mi ha costretta a mettere da parte la mia carriera da danzatrice e coreografa. Quel dolore fisico, oltre a quello emotivo, mi ha spinta a guardarmi ancora più in profondità e a chiedermi: "Se non posso più danzare, in che modo posso continuare a esprimere la mia essenza?" Ed è stato lì che tutto ha preso forma: ho compreso che il mio vero movimento, ora, poteva essere dentro le persone. Che potevo accompagnarle nei loro momenti di cambiamento, nelle sfide legate alla performance, non solo artistica ma umana, emotiva, quotidiana. Il coaching è arrivato dopo, come risposta naturale a una chiamata che sentivo già da tempo: quella di stare accanto, di sostenere, di facilitare piccoli e grandi passaggi interiori. Non ho smesso di danzare: ho solo cambiato il palcoscenico.

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Con il montaggio di audiovisivi, hai esperienza nello storytelling. Come si relazione lo storytelling con il coaching?

Assolutamente sì, lo storytelling si collega profondamente al coaching e la mia esperienza nel montaggio audiovisivo ha avuto un ruolo chiave in questo. Montare immagini e suoni significa costruire un senso, dare ritmo, scegliere cosa mostrare e cosa lasciare in silenzio. È un lavoro di scelta narrativa, proprio come accade nel coaching: aiutare la persona a vedere la propria storia da un’altra angolazione. Nel montaggio, spesso immagino prima ancora di vedere. Questo processo attiva la creatività, ma anche la capacità di visualizzare un’emozione, un passaggio, una possibilità non ancora reale e nel coaching la visualizzazione è uno strumento potentissimo, come ben sai. Permette al coachee di immaginare una nuova realtà, di uscire dal racconto limitante in cui è bloccato, e riscrivere un finale diverso. Quando editi un video, puoi decidere di tagliare, rallentare, mettere in pausa, scegliere una musica diversa: lo stesso si può fare con il modo in cui raccontiamo la nostra vita a noi stessi. In fondo, il coaching è arte narrativa del presente e del futuro. E saper leggere le storie, anche quelle invisibili, è ciò che permette a un coach di accompagnare l’altro verso la sue verità più autentiche.

Come la tua esperienza nella danza ha influenzato il tuo approccio al coaching?

La danza ha influenzato profondamente il mio approccio al coaching. In realtà, mi ha formato in ogni ambito della vita: non è solo un’arte, è una scuola di disciplina, costanza, ascolto profondo del corpo e delle emozioni. La danza ti insegna che il miglioramento è un processo continuo, che non si arriva mai davvero si evolve, si affina, si approfondisce. Serve organizzazione, impegno, pazienza, e anche la capacità di accogliere i giorni “no”, quelli in cui ti senti bloccata o stanca. Ecco, tutto questo io l’ho ritrovato nel coaching. Anche nel coaching non si smette mai di imparare. È un lavoro continuo su di sé, un percorso di crescita che non ha un punto di arrivo definitivo ed è proprio questo a renderlo così vivo e autentico. E poi, non so se capita anche a te, ma studiare dopo una certa età ha un sapore diverso: è come se ogni cosa che impari andasse più in profondità, la senti più vera, più tua. E ti viene voglia di non smettere mai. Io oggi studio con ancora più entusiasmo di quando ero ragazza, forse perché ora so davvero perché lo faccio: per me, per le persone che accompagno, per contribuire a un cambiamento reale. E anche questo, in fondo, l’ho imparato danzando: il movimento, quando è autentico, arriva al cuore. Anche quello interiore. .

Quali sono le somiglianze tra la performance artistica e la crescita personale?

Beh in realtà, credo parlino la stessa lingua: quella dell’espressione autentica e del lavoro interiore. Entrambe richiedono presenza, ascolto profondo, e soprattutto il coraggio di esporsi, anche quando non ci si sente perfetti. Nella performance artistica sali su un palco e mostri ciò che hai dentro attraverso il corpo, la voce, il gesto. Nella crescita personale, il palco è la vita quotidiana: ogni relazione, ogni sfida, ogni momento in cui scegli di rispondere anziché reagire. In entrambi i casi c’è una ricerca continua: in arte, si affina una tecnica, si esplora un’emozione, si cerca una verità da comunicare. Nella crescita personale, si lavora per conoscersi meglio, sciogliere blocchi, ampliare possibilità. Ma la radice è la stessa: voler essere più veri, più allineati, più liberi. E poi c’è la ripetizione, la costanza: l’artista prova e riprova. Chi cresce, anche. Fallisce, si rialza, prova ancora. La differenza? Nella crescita personale non c’è un pubblico esterno. Ma l’applauso più importante arriva da dentro, quando ti accorgi che stai davvero cambiando. Quando ti senti finalmente autore e non più spettatore della tua vita.

Come coach ti dedichi molto (prevalentemente?) agli sportivi e ai giovani. Quali sono i principali benefici del coaching per questi due gruppi?

Ovviamente è ancora presto per tirare somme o parlare in termini di statistiche — il mio percorso come coach è in continua evoluzione ma posso dirti cosa mi spinge davvero a lavorare con sportivi e giovani. Con gli sportivi sento un legame naturale, quasi viscerale. Deriva sicuramente dal mio passato da danzatrice, un mondo che conosco bene, fatto di sacrificio, costanza, allenamenti infiniti, ma anche di fragilità nascoste, aspettative e solitudini. So cosa significa dare tutto per una passione e allo stesso tempo convivere con la pressione del risultato. E proprio per questo, sento il desiderio di essere una figura che sostiene, accompagna, ascolta senza giudizio. Con i giovani, invece, il legame è ancora più profondo: per me rappresentano una missione. Sono gli uomini e le donne di domani, e se posso essere anche solo un piccolo punto di partenza per aiutarli a conoscersi meglio, a gestire le emozioni, a credere nel loro valore, allora so che sto dando senso al mio lavoro. Il coaching con loro non agisce solo sulla performance o sul momento presente, ma lascia tracce che si portano dietro per la vita. E se posso dirti la cosa che, ogni volta, mi conferma che funziona… è guardare i loro volti quando entrano in sessione e quando ne escono. C’è qualcosa che cambia. Uno sguardo più limpido, un peso che si è alleggerito, una luce nuova. E per me, quella è la risposta più potente. È lì che sento che sto davvero facendo la differenza.

Quali sono gli aspetti più sfidanti nel lavorare con atleti o performer?

Bellissima domanda Emi. Uno degli aspetti più sfidanti è che chi si dedica alla performance, sportiva o artistica, è abituato a “funzionare” sempre. A spingere, a non fermarsi, a “dare tutto” anche quando dentro crolla qualcosa. E proprio perché sono così allenati alla fatica e al sacrificio, spesso fanno più fatica a concedersi l’ascolto, la vulnerabilità, il rallentare. Portarli a capire che fermarsi non è fallire, ma evolvere, è una delle prime sfide. Non è sempre immediato, ma è trasformativo. Un altro aspetto delicato è il tema dell’identità: molti atleti o performer si identificano così tanto nel ruolo che ricoprono “sono il calciatore”, “sono la ballerina” che quando qualcosa vacilla (un infortunio, una sconfitta, un cambiamento) crolla tutto, non solo la performance, ma il senso di sé. Aiutarli a scoprire che sono molto di più di ciò che fanno è una parte fondamentale del lavoro… e anche una delle più belle. Infine, direi la pressione da aspettative: da sé stessi, dalla famiglia, dagli allenatori, dal pubblico. È un peso che a volte si porta in silenzio. E nel coaching, creare uno spazio dove possono respirare senza dover dimostrare nulla, è prezioso ma non sempre facile da conquistare all’inizio. Ma proprio perché è così complesso, è anche un lavoro profondamente ricco. Quando vedi che riescono ad alleggerirsi, a ritrovare contatto con chi sono davvero, oltre la prestazione, capisci che lì sta il vero successo.

Come aiuti i tuoi coachee sportivi a gestire la pressione e l’ansia da prestazione?

Non posso rispondere a questa domanda in maniera univoca. Noi non siamo mai una cosa sola, siamo una moltitudine dentro. E quindi anche la pressione e l’ansia da prestazione vanno comprese e gestite non solo in base al ruolo sportivo, ma in base alla persona, all’umano che c’è dietro. Ed è proprio quello che cerco di “vedere” appena incontro un coachee: chi sei, al di là del risultato che insegui? Posso dirti che, tendenzialmente, aiuto i ragazzi (e gli adulti) a fare spazio all’ascolto. A riconoscere quello che provano, senza giudizio. A dare un nome a quella tensione, alla paura di sbagliare, alla voglia di essere all’altezza. Perché spesso è proprio nel voler “zittire” l’ansia che questa prende ancora più potere. Lavoriamo molto con la visualizzazione, con ancore emotive, con esercizi di centratura e respirazione, ma soprattutto con l’idea che non sono soli di fronte a ciò che sentono. E che il valore di una performance non è mai solo il risultato, ma anche il modo in cui si attraversa il processo. Quando iniziano a sentirsi visti, non solo valutati, qualcosa cambia.E da lì, piano piano, si costruisce un modo nuovo di stare sotto pressione: più consapevole, più presente, più libero.

Quali strumenti utilizzi nei tuoi percorsi di coaching?

Nei miei percorsi di coaching utilizzo diversi strumenti, che scelgo in base alla persona che ho davanti, al momento che sta vivendo, e a quello che emerge nel “qui e ora”. Lavoro molto con la visualizzazione, perché immaginare attiva risorse interiori profonde e apre lo sguardo su nuove possibilità. Uso il respiro come strumento di centratura e regolazione emotiva, perché è il primo passo per rientrare in contatto con sé stessi. Lavoro anche con il cosiddetto Inner Game, o self talk, aiutando la persona a riconoscere e trasformare il proprio dialogo interno, spesso più sabotante che motivante. Ovviamente, al centro di tutto ci sono le domande potenti, il fulcro essenziale di ogni processo di coaching: quelle domande che aprono spazi, accendono consapevolezze, smuovono davvero. A questo si affiancano altre modalità come l’utilizzo degli ancoraggi, l’esplorazione delle sotto-modalità (visive, auditive, cinestesiche), il modellamento e altri strumenti più esperienziali. Ma se devo essere sincera… una parte del mio lavoro la lascio libera, un po’ come si fa quando si improvvisa una coreografia: ascolti il momento, segui l’energia, e da lì nasce qualcosa di splendido. Ed è spesso proprio lì che avviene la magia: quando smetti di controllare ogni passo e ti fidi del flusso che si crea tra te e l’altro

Se potessi fare una domanda potente a una giovane atleta in difficoltà, quale sarebbe? .

Questa è già una domanda potente che mi poni:) Ce ne sarebbero tante, se dovessi sceglierne una, ed è difficile, direi sicuramente: Chi sei quando non stai gareggiando? Questa domanda non vuole togliere valore allo sport, anzi. Vuole restituire spazio alla persona che esiste oltre il risultato. Chi sei tu…quando non stai dimostrando niente a nessuno? quando ti muovi per il puro piacere di farlo, e non per il tempo sul tabellone? Quando ascolti il tuo corpo non per forzarlo, ma per capire cosa sente? Rispondere a questa domanda significa riconoscere la tua identità profonda, quella che resta anche quando perdi, ti fermi, ti infortuni, o decidi di cambiare strada. Significa scoprire che non sei solo atleta, ma anche essere umano, con bisogni, emozioni, sogni che vanno oltre il campo. Ed è proprio lì che si trova la vera forza: non in quello che fai, ma in chi sei mentre lo fai. Quando un atleta ritrova sé stesso oltre la gara, torna a gareggiare in modo più libero, più leggero, più vero.

CHI È FRANCESCA TRAVERSA: MAPPA DEL COACH

Francesca Traversa
(nella foto a destra)

Sport Mental Coach

Empatia, determinazione e trasformazione: queste sono le basi su cui ho costruito il mio percorso di vita e professionale. Da ex danzatrice professionista, conosco profondamente il linguaggio della performance e del corpo. Ho vissuto in prima persona l’impegno, il coraggio e la dedizione che richiedono le discipline sportive e artistiche. So cosa significa sudare, spingersi oltre i propri limiti, affrontare la stanchezza e talvolta anche la frustrazione di un risultato che sembra non arrivare. E so anche cosa vuol dire vedere i propri sogni interrompersi all’improvviso: ho dovuto lasciare la danza a causa di un grave infortunio che ha cambiato il corso della mia vita. Ma non ho lasciato che quel cambiamento mi definisse. Ho affrontato quella sfida con il coraggio e la determinazione che la danza mi aveva insegnato, lavorando profondamente su di me per trasformare un momento difficile in una nuova opportunità di crescita. ​Oggi metto a disposizione la mia esperienza per supportare chi si trova ad affrontare percorsi simili: giovani, sportivi, artisti, o chiunque viva il desiderio di superare i propri limiti e affrontare i cambiamenti con resilienza. Credo che ogni sfida contenga in sé una grande possibilità di rinascita, e il mio obiettivo è aiutarti a scoprirla. Insieme, possiamo lavorare sul tuo potenziale, aiutandoti a ritrovare l’equilibrio, a canalizzare le tue energie e a valorizzare i tuoi talenti. La mia empatia è la bussola che guida ogni incontro, rendendolo un percorso unico e su misura per te. Perché io non ti chiedo di essere perfetto: ti accompagno a scoprire quanto già sei straordinario.

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