Written by
Emilia A. C. Iuliano
14 Luglio 2025
L'ENERGIA DELLA SCOPERTA NEL COACHING
Dialogo tra Emilia ed Elena – il coaching come ponte tra identità nella rubrica Coach to Coach - Mappe del Coaching/i>
Dopo il primo passo in forma di auto-intervista, Coach to Coach – Mappe del Coaching prosegue il suo viaggio con una nuova tappa significativa: l’incontro con Elena Maria Petrich, una conversazione ricca di visione e profondità con una collega coach evolutiva nonché project manager in ambito internazionale.
Con il suo sguardo poliedrico e la sua anima multiculturale, Elena incarna un approccio al coaching che integra rigore e creatività, metodo e intuizione, professionalità e ricerca di senso. Dalle relazioni internazionali alla cooperazione, dalla comunicazione empatica alla passione per l’apprendimento continuo, Elena porta in ogni percorso il valore della curiosità, dell’incontro tra culture e della trasformazione consapevole. È con piacere che vi invito a scoprire, attraverso le sue parole, una mappa viva e autentica del coaching come arte di evolvere nel mondo e con il mondo, un ponte tra identità.
Con il suo sguardo poliedrico e la sua anima multiculturale, Elena incarna un approccio al coaching che integra rigore e creatività, metodo e intuizione, professionalità e ricerca di senso. Dalle relazioni internazionali alla cooperazione, dalla comunicazione empatica alla passione per l’apprendimento continuo, Elena porta in ogni percorso il valore della curiosità, dell’incontro tra culture e della trasformazione consapevole. È con piacere che vi invito a scoprire, attraverso le sue parole, una mappa viva e autentica del coaching come arte di evolvere nel mondo e con il mondo, un ponte tra identità.
Il tuo background unisce relazioni internazionali, comunicazione, project management e coaching: come convivono tra loro?
Per rispondere a questa domanda, è necessaria una piccola premessa. Il mio background culturale è piuttosto variegato: sono nata a Roma da genitori italiani, ma i miei nonni paterni sono di origini croate e mia nonna materna era brasiliana. Sono quindi cresciuta sin da piccola immersa in un contesto multiculturale, il che ha nutrito in me un profondo interesse per l’antropologia socioculturale, con un'attenzione particolare sia all’individuo sia alle dinamiche relazionali. Questo interesse mi ha inizialmente portata a intraprendere un percorso universitario in Relazioni Internazionali, e successivamente ad approfondire il tema della crescita personale. Da qui si sono sviluppati due percorsi paralleli ma complementari: da un lato, sul piano professionale, ho iniziato ad occuparmi di project management in progetti complessi a livello europeo e internazionale, fino ad arrivare al mio attuale ruolo di project manager nell’ambito della cooperazione internazionale; dall’altro, ho intrapreso un percorso personale di crescita personale, che mi ha portato ad approfondire in modo autonomo il tema, culminando poi con il master in coaching evolutivo. Tornando quindi alla domanda: come convivono tutte queste parti? Convivono dando voce a diverse sfaccettature della mia identità, che si sostengono e si arricchiscono a vicenda. Nel lavoro emerge la project manager, con un mindset da coach; mentre quando opero come coach, la mia anima da project manager mi aiuta a essere focalizzata, organizzata ed efficace. In tutto questo, l’esperienza maturata nella comunicazione gioca un ruolo fondamentale: mi permette di adattare il mio stile all’interlocutore, grazie anche alla pratica dell’ascolto empatico e alla ricerca costante di una comunicazione autentica ed efficace.
Nel tuo lavoro hai avuto esperienze in contesti internazionali e interculturali. Come il coaching può facilitare la collaborazione tra culture diverse?
Il coaching ha un enorme potenziale di facilitazione in contesti multiculturali. Se ci pensi, il coaching mindset poggia su pilastri essenziali quali l’atteggiamento egoless, l’apertura, la curiosità, l’assenza di pregiudizi e l’ascolto empatico. Un atteggiamento mentale di questo tipo, non può che facilitare il dialogo interculturale.
Per rispondere a questa domanda, è necessaria una piccola premessa. Il mio background culturale è piuttosto variegato: sono nata a Roma da genitori italiani, ma i miei nonni paterni sono di origini croate e mia nonna materna era brasiliana. Sono quindi cresciuta sin da piccola immersa in un contesto multiculturale, il che ha nutrito in me un profondo interesse per l’antropologia socioculturale, con un'attenzione particolare sia all’individuo sia alle dinamiche relazionali. Questo interesse mi ha inizialmente portata a intraprendere un percorso universitario in Relazioni Internazionali, e successivamente ad approfondire il tema della crescita personale. Da qui si sono sviluppati due percorsi paralleli ma complementari: da un lato, sul piano professionale, ho iniziato ad occuparmi di project management in progetti complessi a livello europeo e internazionale, fino ad arrivare al mio attuale ruolo di project manager nell’ambito della cooperazione internazionale; dall’altro, ho intrapreso un percorso personale di crescita personale, che mi ha portato ad approfondire in modo autonomo il tema, culminando poi con il master in coaching evolutivo. Tornando quindi alla domanda: come convivono tutte queste parti? Convivono dando voce a diverse sfaccettature della mia identità, che si sostengono e si arricchiscono a vicenda. Nel lavoro emerge la project manager, con un mindset da coach; mentre quando opero come coach, la mia anima da project manager mi aiuta a essere focalizzata, organizzata ed efficace. In tutto questo, l’esperienza maturata nella comunicazione gioca un ruolo fondamentale: mi permette di adattare il mio stile all’interlocutore, grazie anche alla pratica dell’ascolto empatico e alla ricerca costante di una comunicazione autentica ed efficace.
Nel tuo lavoro hai avuto esperienze in contesti internazionali e interculturali. Come il coaching può facilitare la collaborazione tra culture diverse?
Il coaching ha un enorme potenziale di facilitazione in contesti multiculturali. Se ci pensi, il coaching mindset poggia su pilastri essenziali quali l’atteggiamento egoless, l’apertura, la curiosità, l’assenza di pregiudizi e l’ascolto empatico. Un atteggiamento mentale di questo tipo, non può che facilitare il dialogo interculturale.
Il concetto di "lifelong learning" è centrale nella tua identità professionale. Come lo integri nel coaching?
Con un pizzico di autoironia, mi sono sempre definita una "secchiona": amo studiare, esplorare, scoprire, conoscere. Questo approccio mi accompagna da sempre, perché credo profondamente nell’importanza di sviluppare continuamente competenze, conoscenze e abilità — sia per la crescita personale che per quella professionale. Nel mondo del lavoro di oggi, il lifelong learning non è più un'opzione, ma una necessità: le competenze evolvono rapidamente, e chi continua a imparare è più flessibile, aggiornato e preparato ad affrontare nuove sfide. Ma per me non è solo una questione di carriera: imparare cose nuove nutre la mia curiosità, mi aiuta a esplorare aspetti inediti di me stessa e rappresenta una fonte autentica di soddisfazione. Sappiamo che uno dei principali compiti del coach è facilitare nel coachee l’emergere di nuove consapevolezze, aiutandolo a generare apprendimenti significativi su di sé e sulla propria situazione. Credo, però, che questo processo debba partire innanzitutto dal coach stesso: è fondamentale che sia il primo a credere nel miglioramento continuo e a coltivare un atteggiamento di apprendimento costante. Solo così potrà trasmettere con autenticità questo approccio all’interno delle sue sessioni.
Quali sono le principali sfide che affrontano i professionisti del tuo settore e come il coaching può aiutarli?
Lavorare come project manager su progetti internazionali comporta una serie di sfide complesse che vanno ben oltre la gestione tecnica delle attività. Tra queste, una delle più rilevanti è la gestione della diversità culturale: saper comunicare, motivare e collaborare con team multiculturali richiede flessibilità, empatia e una profonda intelligenza interculturale. A ciò si aggiungono la comunicazione a distanza, spesso ostacolata da fusi orari e strumenti digitali, la gestione di stakeholder con interessi eterogenei, e la necessità di prendere decisioni rapide in contesti normativi e geopolitici in continua evoluzione. In uno scenario così articolato, anche la pressione e lo stress diventano fattori con cui confrontarsi quotidianamente. È proprio in questo contesto che il coaching può rappresentare un prezioso alleato. Attraverso il coaching, il project manager ha l’opportunità di sviluppare una leadership più consapevole e situazionale, migliorare la propria capacità di comunicazione, gestire in modo più efficace lo stress e le priorità, e potenziare la propria intelligenza emotiva. Inoltre, il coaching potrebbe aiutare a mantenere allineamento tra obiettivi professionali e valori personali, rafforzando la motivazione e la capacità di guidare con autenticità. In definitiva, il coaching non solo potrebbe supportare il project manager nel superare le sfide quotidiane, ma lo potrebbe accompagnare anche in un percorso di miglioramento continuo.
Come la tua mentalità "creative-analytical" si riflette nel modo in cui accompagni i tuoi coachee?
La combinazione di una mentalità analitica e creativa è una risorsa preziosa nelle mie sessioni. L’approccio analitico, infatti, mi aiuta a fare chiarezza: comprendere situazioni complesse, individuare schemi e pattern ricorrenti e definire obiettivi concreti. Quello creativo, invece, mi aiuta ad uscire dagli schemi e ad aprire nuove prospettive, mi consente di stimolare nel coachee soluzioni alternative e di esplorare possibilità ancora inedite. Insieme, questi due aspetti mi consentono di supportare il coachee in un percorso di consapevolezza e trasformazione, offrendo al tempo stesso sia struttura che apertura al cambiamento e alle infinite possibilità.
Il coaching può avere un impatto sulle organizzazioni non profit? Se sì, in che modo?
Assolutamente sì. Il coaching può avere un impatto significativo nelle organizzazioni non profit, migliorando la performance e il benessere delle persone. Per i dipendenti, potrebbe aiutare a sviluppare competenze trasversali quali il team working e la gestione dello stress. Per i leader, potrebbe incentivare lo sviluppo di una leadership consapevole e di una cultura di collaborazione. Inoltre, il coaching potrebbe supportare l’adattamento ai cambiamenti, pur mantenendo l’allineamento con la missione e gli obiettivi.
Qual è il ruolo della curiosità nei tuoi percorsi di coaching?
Per me, la curiosità è davvero centrale in ogni sessione di coaching, sia per me che per il coachee. Quando sono curiosa, riesco a favorire un’esplorazione profonda, ad ascoltare senza giudicare e ad accogliere chi ho di fronte in tutta la sua unicità. Questa curiosità aiuta il coachee a guardare le situazioni da nuove prospettive, portandolo a scoprire consapevolezze che magari non aveva considerato prima. Inoltre, una curiosità genuina crea un'atmosfera di fiducia, che è fondamentale per una comunicazione sincera e per permettere un cambiamento concreto. Alla fine, è proprio la curiosità che rende il coaching un’esperienza ricca e in continua evoluzione, dove entrambi, coach e coachee, siamo sempre pronti a imparare qualcosa di nuovo.
Puoi raccontare un momento in cui hai visto un cambiamento significativo in un coachee grazie al tuo intervento?
Certamente. Ti racconto di un ragazzo, che chiamerò Lorenzo, un giovane professionista che si sentiva bloccato nella sua carriera a causa di un atteggiamento di forte insicurezza e di bassa autostima. Durante le nostre sessioni di coaching, abbiamo esplorato le sue paure, le sue convinzioni limitanti e riscoperto i suoi successi passati, le sue risorse e i suoi doni personali. Questo gli ha permesso di aumentare la fiducia in se stesso. Lavorando sul cambiamento della sua mentalità e sul reframing, ha imparato a vedere le sfide come opportunità e ha iniziato a prendere iniziative proattive nel suo lavoro, chiedendo di partecipare a nuovi progetti e migliorando la comunicazione con il suo team. Alla fine, Lorenzo ha preso consapevolezza del suo potenziale e ha iniziato ad agire con maggiore sicurezza e fiducia.
Quali sfide vedi nel portare il coaching nel mondo della cooperazione internazionale?
La sfida maggiore che vedo è la resistenza al cambiamento di cui, chi più chi meno, siamo tutti vittime. In molte organizzazioni internazionali, specialmente quelle non profit, le persone sono abituate a lavorare con risorse limitate, in contesti complessi e a volte in situazioni di emergenza. Questo potrebbe generare resistenza all’introduzione di un nuovo approccio come il coaching, che rischiia di essere visto come un cambiamento non necessario o una "perdita di tempo" rispetto agli impegni urgenti.
Se potessi diffondere un messaggio sul coaching a livello globale, quale sarebbe?
Il coaching è il ponte che ti permette di scoprire la forza che già risiede dentro di te. È un viaggio che ti aiuta a riconsiderare ciò che pensavi fosse impossibile, a superare le tue paure e a attingere alle risorse che ti permettono di realizzare i sogni che avevi messo da parte. Ti guida a trovare la tua strada, a diventare la versione migliore di te stesso e a fare la differenza, non solo nella tua vita, ma anche nel mondo che ti circonda. Ogni passo che fai nel coaching ti avvicina alla tua vera essenza e ti dà il coraggio di trasformare il tuo futuro in qualcosa di straordinario.
CHI È ELENA: MAPPA DEL COACH
Elena Maria Petrich (nella foto a destra) è una Coach specializzata in coaching evolutivo, responsabile di progetti di cooperazione internazionale con oltre 7 anni di esperienza nell’ambito delle relazioni istituzionali internazionali.
Nel suo tempo libero ama “spargere colore”, viaggiare, curiosare. Si definisce una persona multipotenziale per i suoi molteplici interessi tra cui mitologia, storia, arte, lingue, relazioni internazionali, benessere a 360 gradi, crescita personale e yoga.
Si è laureata in Relazioni Internazionali con una doppia laurea conseguita a Bruxelles, dove ha vissuto per 4 anni, per poi tornare nella sua amata Roma.
Nella foto di copertina, quattro fotografie di Elena che rappresentano tre luoghi cari ed emblematici: Roma, la sua Croazia e uno scorcio della Commissione Europea vista dal suo vecchio ufficio di Bruxelles.
Con un pizzico di autoironia, mi sono sempre definita una "secchiona": amo studiare, esplorare, scoprire, conoscere. Questo approccio mi accompagna da sempre, perché credo profondamente nell’importanza di sviluppare continuamente competenze, conoscenze e abilità — sia per la crescita personale che per quella professionale. Nel mondo del lavoro di oggi, il lifelong learning non è più un'opzione, ma una necessità: le competenze evolvono rapidamente, e chi continua a imparare è più flessibile, aggiornato e preparato ad affrontare nuove sfide. Ma per me non è solo una questione di carriera: imparare cose nuove nutre la mia curiosità, mi aiuta a esplorare aspetti inediti di me stessa e rappresenta una fonte autentica di soddisfazione. Sappiamo che uno dei principali compiti del coach è facilitare nel coachee l’emergere di nuove consapevolezze, aiutandolo a generare apprendimenti significativi su di sé e sulla propria situazione. Credo, però, che questo processo debba partire innanzitutto dal coach stesso: è fondamentale che sia il primo a credere nel miglioramento continuo e a coltivare un atteggiamento di apprendimento costante. Solo così potrà trasmettere con autenticità questo approccio all’interno delle sue sessioni.
Quali sono le principali sfide che affrontano i professionisti del tuo settore e come il coaching può aiutarli?
Lavorare come project manager su progetti internazionali comporta una serie di sfide complesse che vanno ben oltre la gestione tecnica delle attività. Tra queste, una delle più rilevanti è la gestione della diversità culturale: saper comunicare, motivare e collaborare con team multiculturali richiede flessibilità, empatia e una profonda intelligenza interculturale. A ciò si aggiungono la comunicazione a distanza, spesso ostacolata da fusi orari e strumenti digitali, la gestione di stakeholder con interessi eterogenei, e la necessità di prendere decisioni rapide in contesti normativi e geopolitici in continua evoluzione. In uno scenario così articolato, anche la pressione e lo stress diventano fattori con cui confrontarsi quotidianamente. È proprio in questo contesto che il coaching può rappresentare un prezioso alleato. Attraverso il coaching, il project manager ha l’opportunità di sviluppare una leadership più consapevole e situazionale, migliorare la propria capacità di comunicazione, gestire in modo più efficace lo stress e le priorità, e potenziare la propria intelligenza emotiva. Inoltre, il coaching potrebbe aiutare a mantenere allineamento tra obiettivi professionali e valori personali, rafforzando la motivazione e la capacità di guidare con autenticità. In definitiva, il coaching non solo potrebbe supportare il project manager nel superare le sfide quotidiane, ma lo potrebbe accompagnare anche in un percorso di miglioramento continuo.
Come la tua mentalità "creative-analytical" si riflette nel modo in cui accompagni i tuoi coachee?
La combinazione di una mentalità analitica e creativa è una risorsa preziosa nelle mie sessioni. L’approccio analitico, infatti, mi aiuta a fare chiarezza: comprendere situazioni complesse, individuare schemi e pattern ricorrenti e definire obiettivi concreti. Quello creativo, invece, mi aiuta ad uscire dagli schemi e ad aprire nuove prospettive, mi consente di stimolare nel coachee soluzioni alternative e di esplorare possibilità ancora inedite. Insieme, questi due aspetti mi consentono di supportare il coachee in un percorso di consapevolezza e trasformazione, offrendo al tempo stesso sia struttura che apertura al cambiamento e alle infinite possibilità.
Il coaching può avere un impatto sulle organizzazioni non profit? Se sì, in che modo?
Assolutamente sì. Il coaching può avere un impatto significativo nelle organizzazioni non profit, migliorando la performance e il benessere delle persone. Per i dipendenti, potrebbe aiutare a sviluppare competenze trasversali quali il team working e la gestione dello stress. Per i leader, potrebbe incentivare lo sviluppo di una leadership consapevole e di una cultura di collaborazione. Inoltre, il coaching potrebbe supportare l’adattamento ai cambiamenti, pur mantenendo l’allineamento con la missione e gli obiettivi.
Qual è il ruolo della curiosità nei tuoi percorsi di coaching?
Per me, la curiosità è davvero centrale in ogni sessione di coaching, sia per me che per il coachee. Quando sono curiosa, riesco a favorire un’esplorazione profonda, ad ascoltare senza giudicare e ad accogliere chi ho di fronte in tutta la sua unicità. Questa curiosità aiuta il coachee a guardare le situazioni da nuove prospettive, portandolo a scoprire consapevolezze che magari non aveva considerato prima. Inoltre, una curiosità genuina crea un'atmosfera di fiducia, che è fondamentale per una comunicazione sincera e per permettere un cambiamento concreto. Alla fine, è proprio la curiosità che rende il coaching un’esperienza ricca e in continua evoluzione, dove entrambi, coach e coachee, siamo sempre pronti a imparare qualcosa di nuovo.
Puoi raccontare un momento in cui hai visto un cambiamento significativo in un coachee grazie al tuo intervento?
Certamente. Ti racconto di un ragazzo, che chiamerò Lorenzo, un giovane professionista che si sentiva bloccato nella sua carriera a causa di un atteggiamento di forte insicurezza e di bassa autostima. Durante le nostre sessioni di coaching, abbiamo esplorato le sue paure, le sue convinzioni limitanti e riscoperto i suoi successi passati, le sue risorse e i suoi doni personali. Questo gli ha permesso di aumentare la fiducia in se stesso. Lavorando sul cambiamento della sua mentalità e sul reframing, ha imparato a vedere le sfide come opportunità e ha iniziato a prendere iniziative proattive nel suo lavoro, chiedendo di partecipare a nuovi progetti e migliorando la comunicazione con il suo team. Alla fine, Lorenzo ha preso consapevolezza del suo potenziale e ha iniziato ad agire con maggiore sicurezza e fiducia.
Quali sfide vedi nel portare il coaching nel mondo della cooperazione internazionale?
La sfida maggiore che vedo è la resistenza al cambiamento di cui, chi più chi meno, siamo tutti vittime. In molte organizzazioni internazionali, specialmente quelle non profit, le persone sono abituate a lavorare con risorse limitate, in contesti complessi e a volte in situazioni di emergenza. Questo potrebbe generare resistenza all’introduzione di un nuovo approccio come il coaching, che rischiia di essere visto come un cambiamento non necessario o una "perdita di tempo" rispetto agli impegni urgenti.
Se potessi diffondere un messaggio sul coaching a livello globale, quale sarebbe?
Il coaching è il ponte che ti permette di scoprire la forza che già risiede dentro di te. È un viaggio che ti aiuta a riconsiderare ciò che pensavi fosse impossibile, a superare le tue paure e a attingere alle risorse che ti permettono di realizzare i sogni che avevi messo da parte. Ti guida a trovare la tua strada, a diventare la versione migliore di te stesso e a fare la differenza, non solo nella tua vita, ma anche nel mondo che ti circonda. Ogni passo che fai nel coaching ti avvicina alla tua vera essenza e ti dà il coraggio di trasformare il tuo futuro in qualcosa di straordinario.
CHI È ELENA: MAPPA DEL COACH
Elena Maria Petrich (nella foto a destra) è una Coach specializzata in coaching evolutivo, responsabile di progetti di cooperazione internazionale con oltre 7 anni di esperienza nell’ambito delle relazioni istituzionali internazionali.
Nel suo tempo libero ama “spargere colore”, viaggiare, curiosare. Si definisce una persona multipotenziale per i suoi molteplici interessi tra cui mitologia, storia, arte, lingue, relazioni internazionali, benessere a 360 gradi, crescita personale e yoga.
Si è laureata in Relazioni Internazionali con una doppia laurea conseguita a Bruxelles, dove ha vissuto per 4 anni, per poi tornare nella sua amata Roma.
Nella foto di copertina, quattro fotografie di Elena che rappresentano tre luoghi cari ed emblematici: Roma, la sua Croazia e uno scorcio della Commissione Europea vista dal suo vecchio ufficio di Bruxelles.



