Written by
Emilia A. C. Iuliano
1 Luglio 2025
IL COACHING COME ARTE DELL'EVOLUZIONE
Dialogo tra Emilia ed Emilia - auto-intervista inagurale della rubrica Coach to Coach - Mappe del Coaching/i>
Inizia con questa auto-intervista la rubrica Coach to coach - Mappe del Coaching, uno spazio pensato per esplorare, da angolazioni diverse, un territorio ancora non per tutti noto o definito nei suoi confini.
Il coaching non è psicoterapia, non è counseling, non è consulenza.
Il coach non dà consigli, non cerca soluzioni, non analizza, non indica la direzione.
Il coaching è una partnership, una relazione che accompagna da presente a futuro , non indaga il passato. Porta verso obiettivi, ma non è performativo, o almeno non solo. È consapevolezza, apprendimento, evoluzione.
Perché allora proporre interviste a coach e professionisti, che integrano l’approccio del coaching nella loro pratica?
Perché il coaching è relazione , e ogni persona – coach o coachee – porta con sé una propria mappa del territorio , una propria posizione, una propria visione.
Mettere queste mappe in dialogo, ascoltarle, confrontarle, può offrire a chi legge l’occasione di espandere la propria mappa, come accade nei gruppi di coaching, dove il punto di partenza è la scoperta, non l’adesione a un modello. È da questo sguardo plurale che nasce questa rubrica.
Il coaching non è psicoterapia, non è counseling, non è consulenza.
Il coach non dà consigli, non cerca soluzioni, non analizza, non indica la direzione.
Il coaching è una partnership, una relazione che accompagna da presente a futuro , non indaga il passato. Porta verso obiettivi, ma non è performativo, o almeno non solo. È consapevolezza, apprendimento, evoluzione.
Perché allora proporre interviste a coach e professionisti, che integrano l’approccio del coaching nella loro pratica?
Perché il coaching è relazione , e ogni persona – coach o coachee – porta con sé una propria mappa del territorio , una propria posizione, una propria visione.
Mettere queste mappe in dialogo, ascoltarle, confrontarle, può offrire a chi legge l’occasione di espandere la propria mappa, come accade nei gruppi di coaching, dove il punto di partenza è la scoperta, non l’adesione a un modello. È da questo sguardo plurale che nasce questa rubrica.
Come descriverei il cuore del mio lavoro?
È un cammino condiviso di consapevolezza. Un invito a rallentare, ad ascoltarsi, a guardarsi con occhi nuovi. Accompagno le persone in momenti di transizione, quando qualcosa cambia o chiede di cambiare. Lo faccio mettendo in dialogo mente, corpo ed emozioni — perché è lì, in quell’unità viva, che germoglia ogni trasformazione autentica.
In cosa consiste, per me, il coaching evolutivo?
È un processo che non si focalizza sul risolvere, ma vuole rivelare. Non punta solo al fare, ma al diventare. Il coaching evolutivo aiuta a portare alla luce risorse, desideri, valori che a volte restano inascoltati sotto la superficie del quotidiano. Lavora sul “saper fare”, ma anche sul “saper essere” e sul “saper divenire”. È un viaggio che coinvolge tutto l’essere: pensieri, emozioni, sensazioni. Una danza tra ciò che siamo e ciò che possiamo diventare, in armonia con il nostro sentire più profondo.
Qual è il ruolo del corpo nel mio approccio?
Il corpo non mente. È archivio, bussola, antenna. Ci parla attraverso tensioni, slanci, immobilità, intuizioni. Nel mio lavoro, il corpo non è mai un accessorio: è un interlocutore prezioso. Insieme alle emozioni e ai pensieri, ci guida verso una comprensione più ampia di noi stessi. Quando ci ascoltiamo davvero — interamente — possiamo cambiare in modo radicato, e non solo mentale.
È un cammino condiviso di consapevolezza. Un invito a rallentare, ad ascoltarsi, a guardarsi con occhi nuovi. Accompagno le persone in momenti di transizione, quando qualcosa cambia o chiede di cambiare. Lo faccio mettendo in dialogo mente, corpo ed emozioni — perché è lì, in quell’unità viva, che germoglia ogni trasformazione autentica.
In cosa consiste, per me, il coaching evolutivo?
È un processo che non si focalizza sul risolvere, ma vuole rivelare. Non punta solo al fare, ma al diventare. Il coaching evolutivo aiuta a portare alla luce risorse, desideri, valori che a volte restano inascoltati sotto la superficie del quotidiano. Lavora sul “saper fare”, ma anche sul “saper essere” e sul “saper divenire”. È un viaggio che coinvolge tutto l’essere: pensieri, emozioni, sensazioni. Una danza tra ciò che siamo e ciò che possiamo diventare, in armonia con il nostro sentire più profondo.
Qual è il ruolo del corpo nel mio approccio?
Il corpo non mente. È archivio, bussola, antenna. Ci parla attraverso tensioni, slanci, immobilità, intuizioni. Nel mio lavoro, il corpo non è mai un accessorio: è un interlocutore prezioso. Insieme alle emozioni e ai pensieri, ci guida verso una comprensione più ampia di noi stessi. Quando ci ascoltiamo davvero — interamente — possiamo cambiare in modo radicato, e non solo mentale.
E le emozioni, che posto occupano?
Le emozioni sono messaggere. Vanno attraversate, accolte, comprese e gestite. Nel coaching, le emozioni diventano ponti: tra il sentire e il comprendere, tra ciò che si muove dentro e le scelte che facciamo fuori. Lavorare con le emozioni significa allenare la sensibilità, accrescere la consapevolezza, aprirsi a nuove possibilità.
Il coaching sembra spesso associato a obiettivi, performance, risultati. È così anche per me?
Sì… e no. Il coaching accompagna verso obiettivi, scelte, performance. Ma c’è molto altro. E molto di più. Per me il coaching è anche presenza, consapevolezza, trasformazione. Un tempo sospeso in cui la persona può ascoltarsi interamente, senza essere ridotta a un risultato.
In che senso “interamente”?
Nel senso che non lavoriamo solo sulla parte razionale. Il coaching, per come lo intendo, parla all’essere umano nella sua complessità: corpo, emozioni, mente. Non siamo professionisti da un lato e persone dall’altro. Siamo esseri interi, e il coaching non separa ma integra. Anche quando lavoro con manager o team, porto questo sguardo: non tecnico, ma umano.
Come definirei allora il tipo di relazione che si crea?
Una partnership paritetica. Nel coaching non c’è chi insegna e chi apprende, chi sa e chi non sa. Il coach è responsabile del processo, della qualità della presenza, dell’ascolto, delle domande. Il coachee è responsabile del contenuto, della direzione, dell’obiettivo. Ed è proprio in questa assunzione di responsabilità reciproca che nasce il potere trasformativo. Non perché qualcuno guarisce o corregge, ma perché qualcosa si svela e si muove, insieme.
Quindi non c’è una soluzione da trovare?
No, e questo è fondamentale da chiarire. Il coach non dà soluzioni, non offre consigli, non analizza. Non ti dice cosa fare. Cammina accanto. Ascolta, rispecchia, rilancia. Attraverso domande potenti, silenzi pieni e parole precise, accompagna la persona a contattare ciò che già sa — anche se non sapeva di saperlo.
Come vivo il mio essere coach oggi?
Come un atto di presenza e responsabilità. Non lavoro per aggiustare, ma per facilitare la fioritura di ciò che c’è. Il mio compito è custodire lo spazio del possibile. Un luogo in cui ciascuno può incontrarsi, scegliere, trasformarsi. Non a partire da modelli esterni, ma da quella verità interiore che, quando trova ascolto, si fa direzione.
Il coaching è sempre una relazione “a due”?
Non solo. C’è la relazione tra coach e coachee, certo. Ma nel group e team coaching si apre qualcosa di diverso: una relazione plurima, dialogica, trasformativa. Il cambiamento accade anche tra più persone, nello spazio vivo e inaspettato che si apre quando più sguardi si incontrano, si rispecchiano, si contaminano.
Anche per questo ho voluto dare vita a una rubrica di interviste: per offrire mappe diverse del coaching, punti di vista non allineati, ma in risonanza. Come in un percorso di gruppo, dove il confronto con l’altro allarga la nostra comprensione del possibile.
Cosa succede quando una persona si avvicina al coaching per la prima volta?
Spesso lo fa con un’esigenza concreta: un obiettivo professionale, una fatica personale. Per questo continuo a usare — senza attaccamento — etichette come life coaching o business coaching. Aiutano a orientarsi. Ma poi, nel viaggio, le categorie si sciolgono. Perché non lavoriamo con un problema, ma con una persona. E quella persona è una totalità, non una funzione.
Cosa significa per me “diventare ciò che siamo destinati a essere”?
Significa smettere di inseguire ideali imposti e iniziare ad ascoltare la propria verità. Non trasformarsi in qualcun altro, ma togliere strati, liberare la voce, abitare con pienezza la propria forma. È un processo di ritorno e di scoperta insieme. Ogni passo ci avvicina a una versione più autentica di noi. E quando questo accade, anche le nostre azioni — fuori — si allineano con ciò che siamo — dentro.
Come si integra la mia formazione in educazione alla teatralità con il coaching?
Attraverso il corpo, la scena, la parola incarnata. Il teatro è un dispositivo metacognitivo potente: allena la presenza, la consapevolezza, la capacità di stare in relazione. Nel mio percorso come educatrice alla teatralità, sto imparando a riconoscere e valorizzare il potenziale trasformativo dell’azione simbolica, della narrazione, del gioco. Tutto questo nutre profondamente la mia pratica di coaching. Perché ci invita non solo a pensare la vita, ma ad abitarla.
Se dovessi raccontare il coaching con un’immagine?
Un ponte sospeso tra chi siamo e chi possiamo diventare. Un sentiero che si apre man mano che lo percorri. Un luogo in cui mente, corpo ed emozioni danzano insieme, trovando ritmo, senso e direzione. Un viaggio che non finisce con una meta, ma continua ogni volta che scegliamo di ascoltarci davvero.
Le emozioni sono messaggere. Vanno attraversate, accolte, comprese e gestite. Nel coaching, le emozioni diventano ponti: tra il sentire e il comprendere, tra ciò che si muove dentro e le scelte che facciamo fuori. Lavorare con le emozioni significa allenare la sensibilità, accrescere la consapevolezza, aprirsi a nuove possibilità.
Il coaching sembra spesso associato a obiettivi, performance, risultati. È così anche per me?
Sì… e no. Il coaching accompagna verso obiettivi, scelte, performance. Ma c’è molto altro. E molto di più. Per me il coaching è anche presenza, consapevolezza, trasformazione. Un tempo sospeso in cui la persona può ascoltarsi interamente, senza essere ridotta a un risultato.
In che senso “interamente”?
Nel senso che non lavoriamo solo sulla parte razionale. Il coaching, per come lo intendo, parla all’essere umano nella sua complessità: corpo, emozioni, mente. Non siamo professionisti da un lato e persone dall’altro. Siamo esseri interi, e il coaching non separa ma integra. Anche quando lavoro con manager o team, porto questo sguardo: non tecnico, ma umano.
Come definirei allora il tipo di relazione che si crea?
Una partnership paritetica. Nel coaching non c’è chi insegna e chi apprende, chi sa e chi non sa. Il coach è responsabile del processo, della qualità della presenza, dell’ascolto, delle domande. Il coachee è responsabile del contenuto, della direzione, dell’obiettivo. Ed è proprio in questa assunzione di responsabilità reciproca che nasce il potere trasformativo. Non perché qualcuno guarisce o corregge, ma perché qualcosa si svela e si muove, insieme.
Quindi non c’è una soluzione da trovare?
No, e questo è fondamentale da chiarire. Il coach non dà soluzioni, non offre consigli, non analizza. Non ti dice cosa fare. Cammina accanto. Ascolta, rispecchia, rilancia. Attraverso domande potenti, silenzi pieni e parole precise, accompagna la persona a contattare ciò che già sa — anche se non sapeva di saperlo.
Come vivo il mio essere coach oggi?
Come un atto di presenza e responsabilità. Non lavoro per aggiustare, ma per facilitare la fioritura di ciò che c’è. Il mio compito è custodire lo spazio del possibile. Un luogo in cui ciascuno può incontrarsi, scegliere, trasformarsi. Non a partire da modelli esterni, ma da quella verità interiore che, quando trova ascolto, si fa direzione.
Il coaching è sempre una relazione “a due”?
Non solo. C’è la relazione tra coach e coachee, certo. Ma nel group e team coaching si apre qualcosa di diverso: una relazione plurima, dialogica, trasformativa. Il cambiamento accade anche tra più persone, nello spazio vivo e inaspettato che si apre quando più sguardi si incontrano, si rispecchiano, si contaminano.
Anche per questo ho voluto dare vita a una rubrica di interviste: per offrire mappe diverse del coaching, punti di vista non allineati, ma in risonanza. Come in un percorso di gruppo, dove il confronto con l’altro allarga la nostra comprensione del possibile.
Cosa succede quando una persona si avvicina al coaching per la prima volta?
Spesso lo fa con un’esigenza concreta: un obiettivo professionale, una fatica personale. Per questo continuo a usare — senza attaccamento — etichette come life coaching o business coaching. Aiutano a orientarsi. Ma poi, nel viaggio, le categorie si sciolgono. Perché non lavoriamo con un problema, ma con una persona. E quella persona è una totalità, non una funzione.
Cosa significa per me “diventare ciò che siamo destinati a essere”?
Significa smettere di inseguire ideali imposti e iniziare ad ascoltare la propria verità. Non trasformarsi in qualcun altro, ma togliere strati, liberare la voce, abitare con pienezza la propria forma. È un processo di ritorno e di scoperta insieme. Ogni passo ci avvicina a una versione più autentica di noi. E quando questo accade, anche le nostre azioni — fuori — si allineano con ciò che siamo — dentro.
Come si integra la mia formazione in educazione alla teatralità con il coaching?
Attraverso il corpo, la scena, la parola incarnata. Il teatro è un dispositivo metacognitivo potente: allena la presenza, la consapevolezza, la capacità di stare in relazione. Nel mio percorso come educatrice alla teatralità, sto imparando a riconoscere e valorizzare il potenziale trasformativo dell’azione simbolica, della narrazione, del gioco. Tutto questo nutre profondamente la mia pratica di coaching. Perché ci invita non solo a pensare la vita, ma ad abitarla.
Se dovessi raccontare il coaching con un’immagine?
Un ponte sospeso tra chi siamo e chi possiamo diventare. Un sentiero che si apre man mano che lo percorri. Un luogo in cui mente, corpo ed emozioni danzano insieme, trovando ritmo, senso e direzione. Un viaggio che non finisce con una meta, ma continua ogni volta che scegliamo di ascoltarci davvero.



